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Covid-19: Nascere una seconda volta.

Una testimonianza tra la morte e la vita: vince la vita.

«Ha parlato di cose grandi, in modo molto semplice». Questo uno dei primi commenti a “caldo”, dopo l’incontro con Paolo Segalini, amico di Soresina duramente colpito dal Coronavirus, che tutti  i nostri hanno potuto incontrare in un webinar a classi riunite la scorsa settimana.

Paolo ha raccontato i fatti: la prima settimana dopo l’esplosione in Italia del virus, intensissima per la sua famiglia che possiede una farmacia a Soresina – tra i primi e più colpiti comuni della nostra provincia – e l’improvvisa scoperta che “qualcosa non andava”. Febbre, febbre alta e persistente, complicanze respiratorie, ricovero. Prima a Cremona, nella palazzina dedicata alle malattie infettive, poi “un po’ più vicino alla terapia intensiva” dentro l’ospedale. E alla fine – che poi si è rivelato l’inizio – nella terapia intensiva d’eccellenza di San Donato. Una serie di circostanze che prendono le mosse da un evento sfortunato, perché Paolo il virus se l’è preso, e l’ha preso nella forma più cattiva, più pericolosa. Circostanze, però, che evolvono dentro un disegno – la parola usata più spesso è stata Grazia – per cui Paolo alla fine – ma, di nuovo, forse è l’inizio – è tornato a casa dalla moglie, Elisa, e dai figli, Martino ed Anna. Anzitutto la Grazia di essere un uomo forte, con degli organi interni che hanno retto “bene” la prima botta, perciò a Cremona si è deciso che fosse trasportabile. La Grazia che l’ospedale di Cremona si rendesse conto di non avere gli strumenti adeguati ad occuparsi di lui, e la Grazia che a San Donato, in una terapia intensiva strutturata per 25 persone, si sia deciso di accoglierne 75, con 30 operatori – tra medici e infermieri – che hanno veramente fatto l’impossibile.

La Grazia che nella notte in cui una crisi respiratoria ha compromesso il funzionamento del macchinario che lo stava aiutando a respirare – tenendolo vivo – ci fosse di turno un chirurgo, un medico con le competenze necessarie per risolvere anche il “problema tecnico”, e Paolo potesse continuare a respirare.

Paolo racconta la sua storia come una storia di bellezza, e sembra quasi un inciso quando sottolinea che no, essere sedato, per i lunghi giorni in cui è stato intubato, non è stato un lungo sonno tranquillo, anzi. Si è trattata di una battaglia costante, con un livello di coscienza sufficiente per comprendere le parole delle persone intorno a lui. Dei medici che ogni giorno, in una telefonata “lunga” un minuto aggiornavano sua moglie delle sue condizioni. Una battaglia contro le allucinazioni, indotte dai farmaci, nella convinzione di essere già morto – tanto da arrivare ad assistere al proprio funerale – con la tentazione di dire “basta, lasciatemi in pace, son già morto, lasciatemi andare”. Tentazione vinta dalla determinazione di tornare dalla moglie, dai figli. «Sono stato un paziente difficile, urlavo, volevo la foto dei miei bambini, la rotella della pizza. Volevo partire, avevo già i biglietti per le Maldive! Mi sono calmato solo quando per la Festa del Papà ho sentito per telefono le voci dei miei figli. Non erano più solo il ricordo di una foto, c’erano. Io c’ero. Io respiravo».

Cosa resta? La gratitudine, la gratitudine per il tempo, per il respiro – svegliarsi al mattino ed esser grati di esserci ancora – il desiderio di gustarsi ogni momento, a partire dagli occhi della moglie – la prima cosa di lei intravista, sotto la visiera e la mascherina che ha dovuto indossare per tutto il tempo della quarantena in casa – occhi con uno sguardo di tenerezza già conosciuto, ma mai riconosciuto così intensamente.

Il giudizio è netto «tutto ciò che è successo è successo perché io potessi rinascere. Mi è capitata una sfortuna, una tragedia ma posso guardarla come una Grazia: ci sono troppe cose che sono successe perché io potessi tornare a casa mia».

Nella bagarre delle opinioni, delle affermazioni scientifiche o non scientifiche, del sentito dire, dei non-detti o detti a mezza voce che ci stanno bombardando da mesi, di fronte ad una circostanza così imprevista e imprevedibile per tutti, le parole di Paolo sono un balsamo di speranza: anche nella notte più buia si può continuare a resistere, a combattere, senza sentirsi soli mai, nemmeno un istante. L’esperienza – e una esperienza di bene che  ha vinto e continua a vincere, nella quotidianità di tutti se per grazia e con la compagnia di amici gli  occhi guardano e il cuore è spalancato nell’attesa. Semplicemente grazie Paolo per il coraggio e la libertà con cui hai condiviso un tratto così significativo della tua vita.

Slo Secondo Round (3)
Slo Secondo Round (3)