Il cambiamento climatico e il cambiamento del modello economico mondiale

Lunedì 13 gennaio, l’ing. Andrea Premi, consulente aziendale con esperienza, in particolare, nel business del gas naturale e del biometano, è stato ospite del Liceo linguistico W. Shakespeare per approfondire aspetti trasversali alla scottante tematica del “climate change”. L’incontro è stato proposto in continuità con il lavoro didattico della classe I, espresso in forma di mostra all’OpenDay di Dicembre ed è stato occasione per diventare più consapevoli delle implicazioni che questo tema porta con sé, non solo dal punto di vista etico e scientifico, ma anche economico-produttivo e della nostra incidenza in qualità di consumatori. L’ing. Premi ha lanciato subito la provocazione: “quali sono le risposte che concretamente stiamo dando a fronte del cambiamento climatico? Quali sono, cioè, i cambiamenti del modello economico implicati dalla cosiddetta lotta al climate change?” e ci ha aiutato a rispondere addentrandoci in un aspetto particolare di tutta la tematica ossia quello del cambiamento del modello economico-produttivo e di come questo venga “socializzato”.
Vi chiederete cosa centri l’economia con il riscaldamento globale; facciamo un piccolo passo indietro. Partendo dal presupposto che la CO2 sia una possibile concausa del surriscaldamento globale (concausa perché sicuramente contribuisce, ma non esaurisce il problema – la scienza stessa è dibattuta su tale argomento) occorre ridurne l’emissione in atmosfera. Poiché, ad oggi, la quasi totalità del nostro sistema economico si basa sull’utilizzo di idrocarburi fossili che per combustione producono CO2, si rende necessario un processo di decarbonizzazione (in particolare diminuzione della produzione di CO2 da processi industriali e di generazione di energia), che non risulta affatto semplice. Per ottenere ciò occorre un vero e proprio cambiamento del modello economico mondiale!
Con questo obiettivo nascono le COP (Conferenza delle Parti), l’ultima svoltasi in Dicembre a Madrid, in continuità con il Protocollo di Kyoto che ha indicato i primi strumenti concreti per affrontare il problema: stabilizzare la concentrazione dei gas serra e ridurla qualora superiore ai limiti imposti (per importanza ricordiamo anche il “Piano 20-20-20”, direttiva europea del 2009).
Quali strategie sono state messe in atto? Per ogni Paese e per alcuni settori industriali, sono stati assegnati dei diritti di emissione di CO2 (un’azienda può emettere CO2, ma con limiti annuali fissati) secondo il meccanismo “cap and trading”. Se al termine dell’anno un’azienda soggetta al vincolo di emissione (cap) ha emesso quantità maggiori di CO2, deve comprare diritti di emissione aggiuntivi (trading) da chi non li ha sfruttati perché ha prodotto concentrazioni di CO2 inferiori ai limiti o perché ha prodotto energia da fonti rinnovabili (a zero emissioni). In questo modo si è creato un mercato dei diritti di emissione (Emissions Trading System, ETS) che incentiva, finanziandola, la creazione di sistemi di produzione di energia da fonti rinnovabili e la ricerca di maggior efficienza energetica in chi produce o trasforma beni industriali. Di conseguenza questo tipo di sistema ha comportato che le aziende abbiano iniziato ad investire in tecnologie più avanzate (a minor emissione) e/o nella produzione di energia da fonti rinnovabili. Con i soldi incassati attraverso l’acquisto dei diritti di emissione si sta quindi finanziando il cambiamento economico stesso. Questa dinamica non riguarda però solo i produttori industriali o di energia: per emettere meno CO2 un’azienda deve investire economicamente (costo ambientale) e dunque il suo costo di produzione tende ad aumentare con conseguente aumento del prezzo di vendita che ricade sul consumatore (costo socializzato).
Al contempo, i Paesi aderenti agli accordi internazionali per il clima, hanno introdotto, seppur con varie intensità, meccanismi di incentivazione non “di mercato”: lo Stato pesca dal gettito fiscale (anche tramite componenti addizionali negli oneri pagati con le bollette elettriche) e lo gira come incentivo, ad esempio, ai produttori di energia da fonti rinnovabili (tariffe incentivanti) o al sistema dei trasporti (ecobonus). Da dove arrivano le risorse per finanziare questi incentivi? Ancora una volta è facile intuire che si tratta di costi socializzati, ovvero sono i cittadini che, direttamente o indirettamente, si fanno carico del costo del cambiamento.
L’aspetto economico non pare più secondario alla problematica climatica e alla tutela dell’ambiente, bensì interviene come modalità concreta di risposta. L’ingegnere Premi ci ha lasciato con questa riflessione: cambiare il sistema economico sì, ma in che tempi e con quale spesa?

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