Scatti di vita

In occasione dell’anniversario della caduta del muro di Berlino, abbiamo avuto la possibilità di incontrare nella nostra scuola il fotografo Simone Mizzotti, testimone diretto dei “nuovi muri” che caratterizzano la nostra contemporaneità.

Egli infatti ci ha raccontato il suo lavoro e la sua esperienza personale presso il campo profughi non governativo di Idomeni, in Grecia, dove si è recato nel maggio del 2016, come parte di una missione fotografica realizzata dalla prestigiosa Fondazione Fotografia di Modena e promossa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Proprio in quelle settimane, infatti, il campo di Idomeni – e più in generale la Grecia – viveva il picco più intenso della crisi migratoria scoppiata in quel periodo, fino a diventare il più grande campo profughi d’Europa, con circa 12.000 migranti al suo interno: un numero spropositato, se si considera che la popolazione autoctona consta di soli 400 abitanti.

Perché venne a formarsi una tale concentrazione spontanea di migranti in un campo non-governativo? Il fatto è che Idomeni si trova al confine con la Macedonia del Nord, e vi passa una linea ferroviaria che attraversa Grecia, Macedonia del Nord e Serbia e costituiva per questo un punto di passaggio relativamente agevole per attraversare illegalmente il confine e proseguire la propria marcia disperata verso il centro e il nord dell’Europa, così da chiedere asilo in un paese con migliori condizioni della Grecia o magari per raggiungere parenti espatriati precedentemente.

Ma quando la Macedonia del Nord chiuse la frontiera, rendendola praticamente invalicabile, le migliaia di migranti provenienti dalla Turchia – tra cui molti siriani in fuga dalla guerra, ma non solo – finirono per accamparsi nei pressi di Idomeni per mesi con tende di fortuna (in particolare presso lo scalo ferroviario), nella speranza o nell’illusione di eludere i controlli della polizia e di trovare qualche espediente per proseguire la propria marcia verso il cuore dell’Europa.

Se questo è il contesto, Mizzotti non è stato e soprattutto non ha voluto essere un fotoreporter. Con i suoi scatti non ha voluto documentare e confezionare una storia, semmai ha voluto – e gli è riuscito – trasmettere il vissuto esistenziale, più ancora che la condizione sociale, di chi nel campo profughi si trovava a vivere. Una vita quotidianamente sospesa tra il dramma e la tragedia, tra la memoria di ciò che si lascia e l’attesa di ciò che si spera di trovare altrove, in un presente fatto di lotta per la sopravvivenza, dove convivono la miseria e la grandezza di cui è sempre fatta l’umanità, possibilità che però emergono in questo contesto estremo nelle forme più radicali.

La cosa curiosa è che quasi mai le foto di Simone catturano i volti e i corpi delle persone, ma più che altro l’ambiente del campo e in particolare gli alloggi di fortuna dei profughi. Attraverso di essi l’autore cattura in un solo istante la sfida e il paradosso in cui vivono quotidianamente queste persone: abitare la precarietà. In questo contesto anche una tenda improvvisata finisce per costituire una sorta di fortezza (“Fortezze” è proprio il titolo di una delle raccolte fotografiche di Mizzotti), non semplicemente uno spazio occupato come un riparo, ma un luogo curato e vissuto – a maggior ragione – come una preziosa “dimora”.

Ringraziamo Simone per averci offerto questo insolito punto di vista sulla questione migratoria, su cui l’informazione spende molte parole .A loro tempo alcuni giornali parlarono della “Giungla di Idomeni”, altri lo paragonarono alla “Dachau dei nostri giorni”, a dimostrazione di come l’enfatizzazione emotiva, su cui giocano spesso i grandi media, porti con sé il più delle volte riduzioni ideologiche implicite: le orde barbariche dei migranti che “invadono” l’Europa, colpevoli di sommergere con la loro bestialità spazi di civiltà che vorrebbero restare tali; i rifugiati (o presunti tali) vittime di una “nuova Shoah”, una persecuzione sistematica – senza un preciso mandante – verso chi vorrebbe “solo” attraversare le frontiere che, separando gli Stati, consentono loro di esistere come tali.
Non è semplicemente paragonando le frontiere chiuse d’Europa al muro di Berlino o riempiendoci la bocca con l’immagine mentale dei “muri da abbattere” e dei “ponti da gettare” che avremo dato anche solo lontanamente un giudizio sulla complessità di questi fatti. Giudicare significa comprendere e per comprendere occorre fare e farsi domande.
Il merito del lavoro fotografico che ci è stato presentato consiste, allora, proprio in questo: la testimonianza di una vita, che genera domande, domande che permettono di superare le riduzioni ideologiche del tema perché suscitate dall’impatto con una vita. I migranti di Idomeni, infatti, nelle fotografie autoriali e nella testimonianza personale smettono di essere un concetto astratto e diventano una presenza che interpella la nostra vita.

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