GIORNATA DELLA MEMORIA

 

A Scuola di Liliana Segre

La mattina del 20 gennaio, ci siamo collegati a classi riunite in diretta streaming per un incontro-testimonianza di Liliana Segre, organizzato dall’associazione “Figli della Shoah”, presso il Teatro degli Arcimboldi di Milano, in preparazione alla giornata della memoria. Numerosissimi gli studenti presenti e i collegati da tutta Italia, per rendere omaggio e soprattutto mettersi in ascolto di una degli ultimi testimoni superstiti della Shoah, oggi senatrice a vita.

In questa occasione, possiamo davvero dire di avere incontrato Liliana Segre. Nessuno di noi, studenti e insegnanti, è uscito da questo incontro come ci era entrato ed è proprio questo che rende tale un incontro – anche se in streaming: ti cambia (come Liliana Segre ci ha ricordato in apertura citando la poesia Agli Amici di Primo Levi).

La prima cosa che colpisce è che Liliana non ha dovuto solamente attraversare la Shoah e i campi di concentramento, da bambina, da ragazzina, per poterne essere testimone. È stato necessario attraversare la sua intera vita di donna per maturare quella coscienza di sé e degli altri capace di reggere all’orrore del passato. “Da nonna – ha detto durante il suo intervento – capii che io ero diversa dai miei carcerieri. Erano persone alle quali sin da bambini era stato insegnato l’odio nei confronti degli appartenenti alle cosiddette razze inferiori. Capii che ero più fortunata io ad essere vittima rispetto a loro che erano carnefici, imparai a provare pena per loro che non sarebbero stati nemmeno in grado di guardare in faccia i loro padri, io che il mio l’ho perso in quei campi. Solo allora capii che ero pronta a essere una testimone. E potevo esserlo solo senza le parole odio e vendetta”.

E le parole di Liliana, mentre racconta la propria storia, non sono mai casuali o ridondanti. Parole misurate, ma che pesano come macigni, dense e travolgenti.

Il racconto e le riflessioni di Liliana, ci catapultano dentro i momenti salienti della sua vicenda personale, quasi li vivessimo noi stessi, e riattualizzano nella vivida singolarità della memoria quella Storia con la “s” maiuscola il cui studio può sempre trasformarsi in una sofisticata forma di oblio: “6 milioni di morti”, in fin dei conti, è un numero, così come un numero sostituiva il nome e l’identità di ogni internato ad Auschwitz e Birkenau.

Ma soprattutto, le parole di Liliana conducono ognuno di noi dritti al cuore del dramma di cosa significhi veramente essere umani e di come sia possibile, o persino facile, perdere la propria umanità. Ascoltando la vita di Liliana scopriamo che il senso della parola libertà è inscindibile da questa responsabilità: ognuno di noi, in ogni circostanza, è chiamato ad affermare e far fiorire l’umanità in sé e nell’altro, ma ognuno di noi è esposto alla tentazione di tradire la verità di sé fino a negare la dignità dell’altro. E più la ascoltiamo e più ci rendiamo conto che se anche la storia di Liliana – grazie al cielo – non è la nostra, quel dramma non solo è nostro, ma ci definisce totalmente, perché è la vera posta in gioco della vita: è ciò che muove, in ultimo, la “grande” Storia (quella degli Stati, gli eserciti, le masse); è ciò che palpita, taciuto ma inesorabile, nell’apparente banalità del quotidiano.

 

“Voi siete fortissimi. Avete dalla vostra quella gioventù che nessuno vi ridarà più. Basta con questa storia che l’adolescenza va protetta e che dovete vivere in una teca, siete voi che dovete essere forti con i vostri genitori, non aggrappatevi a loro”. L’ esortazione   ha colpito tutti i presenti e  coronato il  grande messaggio di forza e speranza trasmesso da una testimone  certa che anche nelle circostanze più drammatiche ci si può sorprendere più grandi del male.

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