Educazione alla legalità

Sabato 16 dicembre presso l’aula magna del liceo Shakespeare di Crema, all’interno del progetto Educazione alla legalità,  si è tenuto un incontro con Alda Maria Vanoni. La relatrice, che ha esercitato per 42 anni come giudice presso il Tribunale di Milano e presso il Tribunale per i minorenni, ha raccontato di  un particolare  progetto di riabilitazione per carcerati che ha avuto modo di conoscere ed approfondire anche per motivi professionali . Il Brasile, con quasi 620mila carcerati, è attualmente il quarto paese al mondo per numero di detenuti ed in media l’80% di loro torna a delinquere. In questo quadro sconcertante, nel 1974 è nata l’A.p.a.c. (Associazione per la protezione e l’assistenza ai condannati) che, guidata dai valori cristiani di solidarietà e aiuto per i più bisognosi, ha introdotto un nuovo modello per la riabilitazione dei detenuti. In queste carceri entra l’uomo, il delitto resta fuori. Si tratta di realtà carcerarie autogestite da volontari e dagli stessi detenuti i quali lavorano, si danno da fare per provvedere ai pasti, alla pulizia, alla manutenzione. Certo, il lavoro da solo non è sufficiente a recuperare l’essere umano, ma è una condizione necessaria; il lavoro aiuta il detenuto a ridefinire i suoi valori, a migliorare la sua autostima, così da scoprirsi, conoscersi e vedere i suoi meriti. Si tratta di carceri autogestite in cui non ci sono agenti di polizia penitenziaria al cui posto vi sono solo i volontari dell’associazione, che non portano armi. Le chiavi, invece, sono gli stessi detenuti ad averle; sono affidate a quelli che hanno completato il percorso riabilitativo e che vengono incaricati di gestire le celle e monitorare il comportamento dei compagni. Basato principalmente sulla responsabilizzazione del detenuto, sul coinvolgimento di famiglia e società civile e sul reinserimento lavorativo, il metodo A.p.a.c. è stato sperimentato per la prima volta in Brasile, ma nella sua formulazione teorica e metodologica è presente anche in Italia: fu infatti elaborato già negli anni Settanta dal giurista e giornalista italo-brasiliano Mario Ottoboni. Ma la domanda fondamentale è: funziona?  Numeri alla mano in A.p.a.c. la recidiva si ferma al 10 per cento. Oggi il modello Apac è sviluppato in 23 paesi al mondo, ma ancora in forma embrionale. In Italia un progetto simile è partito a Rimini, col nome di C.e.c., Comunità educante con i carcerati, ed è coordinato da Giorgio Pieri dell’associazione Papa Giovanni XXIII. Il modello funziona ed è in una fase di sviluppo, eppure, ci ha ricordato la dott.ssa Alda Maria Vanoni, occorre tenere bene presente che ciò che ha reso possibile questa valorizzazione umana è il riuscire a vedere il volto di Gesù Cristo nel nostro prossimo. Riuscire a cogliere ciò che di buono c’è nell’uomo e lasciar fuori dalla porta, possibilmente chiusa a chiave, il delitto. Molte le domande dei ragazzi su una realtà che scommette tutto sul  desiderio di riscattarsi per ricominciare a vivere davvero . Nessuno è obbligato a questa scelta e nessuno di chi ruota intorno a questi detenuti può esimersi dal fare la sua parte . Senza l’appoggio del territorio e delle famiglie un progetto Apac non può neanche partire, insomma serve un “villaggio “ per rieducare davvero!

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